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L'atletica italiana ai minimi storici: bisogna provare a ripartire PDF Stampa E-mail
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Giovedì 25 Agosto 2016 12:47

L'Atletica italiana ai minimi storici: bisogna provare a ripartire

Rio de Janeiro - Al termine della trentunesima edizione dei Giochi Olimpici, che l'Italia ha chiuso al nono posto del medagliere, molti appassionati di sport del nostro Paese sono rimasti sconvolti dal poco lusinghieri bottino di 0 medaglie conquistate dalla nostra atletica. Anche se l'atletica leggera non é l'unica disciplina in cui i nostri portacolori non hanno ottenuto risultati da podio, questo zero fa particolarmente male perché sa sempre l'atletica é considerata la disciplina "regina" dei Giochi Olimpici.

Un risultato così poco lusinghiero non accadeva dai tempi di Melbourne 1956. Anche se, guardando i risultati delle ultime edizioni, la nostra nazionale aveva sempre raccolto poche medaglie, grazie soprattutto alle prestazioni di qualche fenomeno isolato. Quest'anno, invece, ci é mancato un uomo di punta, in grado di tenere in piedi da solo il nostro movimento. Avrebbe potuto esserlo Gianmarco Tamberi, bloccato prima di Rio da un serio infortunio, oppure il marciatore Alex Schwazer, colpito suo malgrado da un sistema antidoping che più che dimostrare la sua seconda positività ha preferito inchiodarlo con dei vizi di forma presenti nella tesi della sua difesa. In extremis, ci si poteva aspettare qualcosa di più da Alessia Trost, solo quinta in una finale dell'alto modestissima, dove la campionessa Beitia ha fatto peggio di ben due atlete della prova dell'eptathlon.

A questo punto, tutta la nostra atletica deve indagare sui motivi di questo disastro. La cosa peggiore, a nostro avviso, é parlare di movimento comunque sano. La nostra atletica, infatti, non gode di buona salute già da anni, dato che che da almeno un decennio sono state prestazioni singole (tutte le nazioni hanno un "fenomeno" in casa) e non il movimento a rimpolpare i medaglieri di Mondiali ed Olimpiadi. Da almeno un decennio, inoltre, l'Italia lotta per non retrocedere in Serie B nel Campionato Euroepo per Nazioni. La colpa, cari lettori, non puó essere soltanto del direttore tecnico Massimo Magnani, dimessosi subito dopo il disastro olimpico.

Le motivazioni di questo flop, a nostro avviso, partono da molto più lontano. Per esempio, dalle decisione del Governo Berlusconi di reintrodurre i Giochi della Gioventù (già aboliti da precedenti Governi), ma solo a livello locale, trasformando una grande competizione giovanile (dove molti giovani, forti del loro successo, decidevano di iniziare a fare atletica seriamente) in una sorta di gita scolastica. A livello agonistico, invece, non può non pesare l'assenza di centri tecnici di alto livello. Mentre atleti di livello internazionale giungono in Italia per allenarsi in luoghi d'eccellenza come Formia, i nostri atleti restano ad allenarsi nel campetto sotto casa, coccolati dal rispettive società, che molto  spesso bloccano i loro stage all'estero per impiegarli in gara di basso livello dove la società stessa deve "farsi bella". Inoltre, negli ultimi anni sono stati dismessi molti piccoli impianti locali (costruiti come eredità di Roma 1960 dal CONI), privando  così molte province di un impianto d'atletica a norma.

Per risollevare le sorti della nostra atletica, a nostro avviso, serve un piano di durata almeno decennale, che coinvolga Fidal, enti locali e anche ciò che resta dei Ministeri dello Sport e delle Politiche Giovanili. In primo luogo, bisognerebbe ridare vita ai Giochi della Gioventù, per avvicinare più giovanissimi all'atletica. In secondo luogo, servirebbe una legge ad hoc per la ristrutturazione di impianti sportivi di proprietà dello Stato, come i già citati "Campi Scuola CONI". Per quanto riguarda, invece, la Nazionale, la nostra testata renderebbe obbligatori dei raduni degli atleti della nazionale, accompagnati, magari, da incontri amichevoli in cui i nostri atleti sarebbero obbligati ad affrontare in un testa a testa dei mezzofondisti keniani o degli sprinter giamaicani. Dal punto di vista manageriale, poi, servirebbe una migliore organizzazione dei Campionati Societari. A nostro avviso, bisognerebbe abolire le selezioni regionali per dare ad una vera e propria "Serie A", sul modello degli altri sport, aperta ad atleti stranieri. Immaginate, a livello di promozione, cosa vorrebbe dire avere nelle squadre italiane degli atleti come  Galen Rupp o Mo Farah? Renderebbe l'atletica più appetibile a pubblico e sponsor, facendo appassionare più giovani e spendere nella nostra atletica grandi gruppi del settore.

Sappiamo che, dato il difficile momento economico attuale, non é facile mettere in atto dei provvedimenti come questi. Tuttavia, data la funzione sociale dello sport, sarebbe auspicabile quantomeno la ristrutturazione degli impianti pubblici e la rinascita, in tempi brevi, dei Giochi della Gioventù. Noi, come piccola testata, abbiamo provato a fornire degli spunti per la rinascita di una disciplina sportiva bella come l'atletica, oggi poco praticata e apprezzata nel nostro paese. Le responsabilità  maggiori, però, spettano al prossimo presidente della Fidal, che sarà eletto in autunno. Dopo l'organizzazione degli Europei di cross di Chia 2016 e juniores di Grosseto 2017, il nuov Presidente dovrebbe gettarsi a capofitto, a nostro avviso, nella progettazione di un piano in grado di rendere, a partire dai Giochi Olimpici 2024, l'atletica uno sport più praticato e di cui andare fieri dal punto di vista dei risultati sportivi. Luigi M. D'Auria

 
L'Italia lascia le Olimpiadi con 28 medaglie PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 24 Agosto 2016 14:20

L'Italia lascia le Olimpiadi con 28 medaglie

Rio de Janeiro - Stesso numero di medaglie di Londra, ma tre argenti in più. Questo é il bilancio della spedizione azzurra ai trentunesimi Giochi Olimpici dell'era moderna. Come spesso accade, sono diventati protagonisti atleti che, prima dei Giochi, erano semi sconosciuti al grande pubblico, mentre altri, come in ogni edizione, pur essendo dei beniamini, sono stati massacrati dalla stampa a causa di risultati al di sotto delle attese.

Nella prima categoria non si puó non inserire Fabio Basile, judoka ventiduenne di Rivoli (Torino), che consegnato alla nostra nazionale il duecentesimo oro della sua storia olimpica, vincendo con un ippon la categoria 66 kg del judo. Grande sorpresa anche nel tiro al piattello femminile, dove le due azzurre Bacosi e Cainero hanno centrato una doppietta incredibile, se si considera che a Londra nessuna delle due era arrivata a medaglia. Per la prima volta, inoltre, la nostra nazionale ha colto una medaglia nel bravo volley, grazie alla coppia Lupo-Nicolai. Sempre nel tiro sportivo (vera fucina di medaglie in queste olimpiadi brasiliane), ha sorpreso il figlio d'arte Gabriele Rosseti, che a soli ventidue anni ha realizzato uno strabiliante 32/32 nei tiri di finale.

Questi atleti rappresentano solo una piccola parte di coloro che hanno portato la mostra nazionale al nono posto finale nel medagliere. Non bisogna dimenticare, inoltre, che molti atleti sono riusciti a vincere la pressione, rispettando i pronostici che li vedevano favoriti. Pensiamo ai gemelli del nuoto Paltrinieri e Detti, capaci di regalare agli appassionati una grande doppietta oro-bronzo nei 1500 stile libero di nuoto. Così come Tania Cagnotto, finalmente in grado di raggiungere una medaglia ai Giochi. Hanno sbagliato poco, anzi pochissimo, le nostre squadre presenti. Due argenti (Setterosa e pallavolo maschile) e un bronzo (ottenuto dal settebello) sono davvero un bel bottino.

Parlavano, in precedenza, di delusioni. Purtroppo ne sono arrivate anche in questi giochi. Forse quella che fa più male agli sportivi é il quarto posto nei 200 stile libero di nuoto ottenuto dalla nostra portabandiera Federica Pellegrini. In sua difesa (così come del riunito doppio femminile Errani-Vinci) gioca, però, lo strapotere di avversari davvero più forti dei nostri, come l'americana Ledecky e il doppio svizzero Hingis-Baksinsz. Riconoscere la superiorità degli avversari dovrebbe far parte dello spirito olimpico.

Secondo i vertici del CONI, queste Olimpiadi sono state un successo anche dal punto di vista della politica sportiva, visto che la faraonica installazione di Casa Italia avrebbe fatto guadagnare punti alla candidatura di Roma come città organizzatrice dei Giochi Olimpici numero 33. A nostro avviso, non devono essere le "prove di forza" a rendere vincente una candidatura, ma un dossier che valorizzi le strutture già esistenti e non rendano degli splendidi impianti in cattedrali nel deserto. Per questo, ci sentiamo di dire ai nostri lettori che Roma 2024 riuscirà a trionfare sulle altre candidate (Parigi e Los Angeles in primis) solo se il Comitato organizzatore  impiegherà ogni giorno a cercare di migliorare un dossier che, a nostro avviso, non valorizza abbastanza degli impianti splendidi (come il Centro dell'Acqua Acetosa) per costruirne altri in zone decentrate, come lo Stadio del Tennis di Tor Vergata. Luigi M. D'Auria

 
Grandi sfide sulle difficili salite della Vuelta PDF Stampa E-mail
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Sabato 20 Agosto 2016 13:11

Grandi sfide sulle difficili salite della Vuelta

Ourense (Galizia) - Partirà dalla Galizia l'edizione numero 71 della Vuelta Espana. Precisamente, il via sarà dato dalla città termale di Ourense, da cui partirà, nella giornata di sabato 20 agosto, una cronometro a squadre di circa ventinove chilometri, che si concluderà al Parque Nautico Castrelo do Mino. Tappa non facilissima, quindi, che rappresenta il degno antipasto dell'ennesima Vuelta con un percorso durissimo, in particolare nelle sue fasi centrali. Come al solito, saranno le terre selvagge della Spagna del nord ad ospitare la maggior parte del percorso. Fino al sedicesimo giorno, infatti, i corridori saranno sballottati da un sistema montuoso all'altro, toccando villaggi di montagna che vanno dai Paesi Baschi alla Galizia.

Dopo una prima settimana fatta di tanti "mangia e bevi", si inizierà a fare sul serio. Alto del Naranco, Lagos de Cavandoga, Pena Cabroga, Sallent de Gallego e le montagne intorno a Bilbao renderanno la seconda settimana un terreno da inferno, dove solo i migliori riusciranno a stare davanti. Dulcis in fundo uno sconfinamento in Francia, dove i corridori arriveranno in cima al temibile Aubisque. Dalla diciassettesima alla ventesima tappa, i corridori saranno a sud, nella Comunitad Valenciana, dove la diciannovesima tappa (cronometro individuale a Calpe) e la ventesima (arrivo in quota sull'Alto de Aitana), ci diranno chi sarà il vincitore da incoronare a Madrid.

A nostro avviso sono quattro i principali favoriti: Chris Froome, Alberto Contador, Nairo Quintana ed Alejandro Valverde. L'ultimo vincitore del Tour vuole vincere la Vuelta, dove non é mai riuscito a dare il meglio, forse perché non é mai riuscito a voltare pagina psicologicamente dopo l'edizione 2011, in cui perse per 13" a causa di continue litigate con Wiggins. Motivazioni simili per Quintana, che in Spagna non ha mai fatto bene. Valverde, al terzo grande giro dell'anno, vuole continuare a far sognare i suoi tanti fan, mentre Contador vuole replicare le edizioni 2012 e 2014, in cui non andò bene al Tour ma vinse nella corsa spagnola.

Non mancavano, però, anche altri ottimi corridori. Candidati ad un posto tra i primi cinque ci sono, sicuramente, Kruijswick e Chaves (bravi al Giro quest'anno) e Meijntjes, primo africano tra i primi dieci al Tour. Dopo problemi fisici e scarsa condizione, sono in cerca di riscatto i due americani Talansky e Van Garderen, mentre potrebbero stupire i colombiani Atapuma e Lopez, oltre agli spagnoli Anton e Sanchez.

Pochi, invece, gli italiani. Soprattutto, mancano le nostre due frecce, Nibali e Aru. Il primo, dopo la sfortunata caduta olimpica e le fatiche di inizio stagione, non ha mai pensato di esserci. Il secondo, dopo la terribile delusione del Tour, ha deciso di non provare a difendere il successo dello scorso anno. Arrivato a 26 anni il sardo, patita la prima vera delusione della carriera (frutto di una giornata storta che ha rovinato un'anno di lavoro) deve uscire dal tunnel soprattutto a livello mentale. Ai nostri appassionati, dunque, non resta che seguire lo scontro tra i favoriti sulle grandi montagne, sperando in un bel piazzamento di Gianluca Brambilla e in un colpo di coda del vecchio leone Michele Scarponi.  Luigi M. D'Auria

Ultimo aggiornamento Sabato 20 Agosto 2016 17:06
 
Grandi atleti e grandi storie alle Olimpiadi di Rio PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 23 Agosto 2016 12:55

Grandi atleti e grandi storie alle Olimpiadi di Rio

Rio de Janeiro - Alla fine, é stata la solita festa di sport. Le Olimpiadi di Rio, iniziate con una miriade di critiche, sono state seguite da 3,6 miliardi di persone, che hanno ammirato (in TV, in streaming o direttamente sul posto), lo spettacolo di sport più o meno famosi, dal calcio alla scherma, passando per il tiro sportivo e la lotta libera. Senza dimenticare il nuoto e l'atletica, discipline regine di ogni Olimpiadi.

Purtroppo, durante le tre settimane di gara, non si sono fermate le tante guerre che sconvolgono il nostro pianeta, come accadeva ai tempi delle Olimpiadi Antiche. Così come non si é fermata la deforestazione che sta spazzando via i popoli indigeni brasiliani e distruggnedo uno dei grandi polmoni verdi della Terra, la Foresta Amazzonica. Tuttavia, le Olimpaidi hanno consegnato alla città di Rio nuove linee della metropolitana e altre infrastrutture, e le cerimonie di apertura e chiusura hanno avuto il coraggio di parlare di molti problemi globali. Un primo passo, insomma, che dovrebbe spingerci a non far finta di non conoscere le reali condizioni di vita della maggior parte della popolazione mondiale.

Dal punto di vista sportivo, queste Olimpiadi saranno ricordate come quelle della definitiva affermazione di molti fenomeni globali. Primo fra tutti, il nuotatore Michael Phelps, capace (a trentun anni  e dopo una squalifica causata da problemi con la giustizia) di conquistare 6 medaglie (di cui 5 d'oro), raggiungendo la stratosferica cifra di 28 medaglie, di cui 23 del metallo più prezioso. Ora, si potrà concentrare sulla famiglia e si potrà concedere un po' di riposo. Grande impresa anche per il britannico Mo Farah, che ha rivinto i 5000 ed i 10000 metri di corsa, doppiando il risultato di Londra ed eguagliando le prestazioni del finlandese Lasse Viren, che ottenne lo steso risultato a Monaco 1972 e a Montreal 1976. Così come il finlandese, Farah ha superato una caduta nella finale dei 10000, e non ha lasciato scampo ai rivali keniani ed etiopi, incapaci di coalizzarsi contro lo strapotere del nativo di Mogadiscio.

Infine, Usain Bolt. Il giamaicano si é presentato a Rio senza tempi d'accredito alla sua altezza, tanto che molti lo davano per finito. Invece, ha centrato la terza tripletta  consecutiva nei 100 metri, 200 e 4x100. Una volta di più, il giamaicano ha dimostrato die serre il più forte quando gli appuntamenti contano. Con gli anni, é riuscito a trasformare il suo animo giocherellone e poco concentrato in una forza che gli consente di essere al meglio quando gli altri hanno i muscoli duri a causa della tensione. Anche la sua parabola sportiva, peró, sembra quasi finita. Molto probabilmente, infatti, si ritirerà dopo i Mondiali di Londra del prossimo anno.

Infine, gli eroi brasiliani. Primo, nel cuore della gente, Neymar, che ha portato la squadra del calcio maschile alla prima medaglia d'oro della sua storia, infrangendo un vero e proprio tabù. Nell'atletica, il pubblico di casa ha celebrato il successo nell'asta di Thiago Braz da Silva, che ha battuto il super campione francese Lavillenie. Il brasiliano, da junior, era un promessa (oro ai Mondiali di Barcellona 2012), ma poi si era perso. Si é ritrovato nella gara più importante della carriera, dopo un anno passato a Formia, Alal corte del guru Vitaliy Petrov, "creatore" di un certo Serghey Bubka. Con una punta di cattiveria, ci piace ricordare che, mentre Da Silva rinunciava a famiglia e casa per il suo sogno, nessuno  dei nostri atleti ha mai partecipato ad un collegiale nella stessa Formia.

Poi, ci sono i campioni anche e soprattutto nella vita. Come la judoka Rafaela Silva, che ha festeggiato la sua medaglia d'oro nella favela che l'ha vista crescere, in mezzo a criminalità e povertà. O come l'etiope Lilesa, argento nella maratona, che ha fatto il segno delle manette per ricordare il suo popolo perseguitato nel silenzio del mondo, gli Oromo. É proprio grazie a loro che le Olimpiaidi, a nostro avviso, devono continuare ad esistere. Luigi M. D'Auria

 
Il Toro sfata il tabù stadio "Grande Torino" e batte la Pro Vercelli PDF Stampa E-mail
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Martedì 16 Agosto 2016 13:44

Il Toro sfata il tabù stadio "Grande Torino"e batte la Pro Vercelli

Torino - Dopo un'attesa durata diversi mesi, il Torino Football Club é riuscito ad imporsi nello stadio intitolato agli "Immortali" del Grande Torino. Da quando lo Stadio Olimpico era stato co-intitolato ad una delle squadre di calcio più forti di sempre, infatti, il Toro aveva rimediato due sconfitte, considerate dai tifosi come il paradigma della parabola discendente del Torino griffato Giampiero Ventura.

Quasi a dar loro ragione, é arrivata una facile e rotonda vittoria contro la Pro Vercelli, esordio decisamente positivo per il gruppo guidato, a partire dallo scorso giugno, dal "sergente" Sinisa Mihajlovic, allenatore in cerca di riscatto dopo la delusione dell'esonero (peraltro ingiustificato) della scorsa stagione, in cui aveva guidato il Milan alla finale di Coppa Italia. Ancora in fase di rodaggio, invece, la Pro Vercelli, che ha scommesso sull'ex allenatore della Primavera del Toro, il giovane Moreno Longo. Scelta che, alla nostra testata, é parsa giusta, ma che richiede pazienza da parte della proprietà e dei tifosi. Longo, a nostro avviso, potrebbe faticare all'inizio, ma con il tempo potrebbe portare la Pro davvero molto in alto.

Per quanto riguarda il Torino, l'undici di Mihajlovic ha confermato la sua natura ambiziosa, anche grazie alle giocate di un superbo Adem Ljajic, che si candida a trascinatore dei Granata. Il serbo,  venuto al Toro praticamente solo per cercare di rilanciarsi (ad inizio mercato ha cercato più volte di offrirsi a squadre che giocano le competizioni europee), ha disputato una gran partita, condita dal gol del vantaggio e dall'assist per il 2-0, realizzato da un Martinez finalmente cinico in zona gol.

Come confermato dai due gol realizzati nel secondo tempo (prima é andato in gol Bruno Peres, poi il giovane argentino Boyé), il pacchetto offensivo del Toro funziona già pieno ritmo. Complice una Pro quasi inesistente in alcuni momenti, Peres e Barreca (grande prestazione la sua) hanno giocato da quasi da ali, creando una pioggia di occasioni. Meno bene, invece, la fase difensiva, dove Bovo e Moretti si sono concessi una distrazione di troppo, concedendo a La Mantia l'occasione per il gol della bandiera dei vercellesi. A fasi alterne anche la fase di interdizione, dove Obi e Acquah sono andati a corrente alternata, facendo pesare, a tratti, le assenze dei più tecnici e leggeri muscolarmente Benassi e Baselli (entrato solo verso fine partita). Se a tutto ciò aggiungiamo anche altre assenze, come quelle di Zappacosta e Iago Falque, otteniamo un Toro in fase ancora sperimentale, ma con i meccanismi più importanti già ben rodati.

In attesa dell'esordio stagionale contro il Milan, il Torino rischia di compensare gli arrivi di Tachsidis e dei giovani Gustafson e Lukic con due cessioni pesanti come quelle di Maksimovic e Bruno Peres. Tuttavia, questa mazzata di mercato potrebbe regalare molti minuti a diversi giovani, che non aspettano altro che essere valorizzati da un maestro come Mihajlovic, che ha lanciato, tra gli altri, "Gigio" Donnarumma ai tempi del Milan. Un colpo last minute in difesa, però, potrebbe fare comodo.

In casa Pro, invece, ci si aspetta niente di più che una salvezza meno travagliata rispetto a quella della scorsa stagione. L'obiettivo é alla portata e, a nostro avviso, nel medio-lungo periodo potrebbero arrivare piazzamenti più prestigiosi, se Longo riuscirà a valorizzare il proprio progetto tecnico fatto di bel gioco e molti giovani, tra i quali il talentino ex Toro Zaccagno, portiere che, nonostante i quattro gol presi, ha fatto vedere qualità davvero importanti. Donato D'Auria

 
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